Passa ai contenuti principali

Poesie

 Gabriele Galloni poeta romano


Poesie di Gabriele Galloni


Dal libro SLITTAMENTI


                   o

L’Andalusia

piena di portici:

Dios te salve, Maria

tra queste polveri

come di landa nuova,

nuovo deserto.

E per l’ennesima

volta saremo pellegrini noi

di corpo in corpo. Vedrai: non sarò

lo stesso. E non sarai

lo stesso tu ogni volta nuovo.


                         o

È giù negli interstizi di

tempo tra i minimi

e i massimi che accade

l’irreparabile.


                        o

C’è sempre un fiume

nei luoghi nostri.

Lo avrai notato, ormai.

C’è sempre un fiume – il fiume non è mai

come vorrebbero la tua e la mia

parola.

           È vetro il fiume

a fine inverno. Il cartello non può

mentire. Il vetro

non rende ben detto. Meglio scegliere

una strada diversa noi ma senza

più offrire l’uno all’altro

il fianco vulnerabile. Affatica

i passi questo vento.

   

                     o

È un novilunio strano. “C’è qualcosa

che non comprendo”. È questa voce stanca

che a poco a poco scioglie il filo, ansiosa

di sciogliere il suo filo, e scioglie e sfianca


la sua lentezza calcolata: è voce

dal leccio e dal carrubo. “Nel Getsemani

fattosi fiume abbiamo ritrovato

il ferro della Croce”.


                        o

Le case bianche a perdita

d’occhio, le cancellate

arrugginite. A sfondo

di cartone, sfrondate

chiome di nubi simulano

l’estate del mondo.




Dal libro CREATURA BREVE

                      

Pro Verbis #2


Su questa terra secca che si sbriciola

a ogni minima impronta di passaggio

vivente; a dirci che un nuovo passaggio

(sia pure lontanissimo) è possibile.


                             

Pro Verbis #3


Rompi la roccia e ne uscirà dell’acqua.

Potrai berla, pensare un ritorno

alla materia dell’ultimo giorno.

La cosa che ti anticipa e ti chiude.



Pro Verbis #6


Le conosco a memoria, queste stanze.

So bene come perderti ascoltando

l’acqua del corridoio in ombra: stanza

del mare.


    

Pro Verbis #7


In estate si fa l’amore nelle

case vuote, le case di vacanza.

Quando in giardino rimangono accese

le lampade tutta la notte,

cose date o cose rese. 

        

            

Fabula

Questa luna è una corsa di bambini

attorno a un pozzo quando il pozzo è pieno

fino all’orlo. E nessuno per chilometri.






Dal libro IN CHE LUCE CADRANNO

                       o

I morti tentano di consolarci

ma il loro tentativo è incomprensibile:

sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile

della conversazione. Sanno amarci


con una mano – e l’altra all’Invisibile.

                              

                           


                            o

I morti hanno fiducia nella sorte.

A notte fonda salgono sugli alberi

del tuo giardino; li trovi che all’alba

non sanno come scendere dai rami.

Li vedi; non ti vedono. Li chiami

e non ti sentono. Li aiuti – scendono.


Ogni notte ritornano e dimenticano.

                          

                        o

I morti continuano a porsi

le stesse domande dei vivi:

rimangono i corsi e i ricorsi

del vivere identici sulle

due rive. In che luce cadranno

tornati alle cellule.

                          

                        o

Se la madre dei morti è sempre polvere,

i morti cercano la loro madre


ogni sabato sera sulle spiagge

libere; sotto le sedie o nei gelati


caduti di mano ai ragazzini

in chissà quante estati, in chissà quanti


alberghi, marciapiedi, lungomari.


                             o

I morti scrivono

infinite missive d’amore.


Le spediscono nelle prime ore

del mattino.






Dal libro SONNO GIAPPONESE 

La luna è difficile da sopportare, questa sera; così grande

che occupa l’intero quadrato della finestra. E mi impedisce

di vedere la baia; di mettere a fuoco i ragazzi che fanno

avanti e indietro con i motorini sul lungomare. Tanta è la

sua luce.

È l’agosto del 1991.

La luna, dicono gli esperti, non è mai stata così vicina

alla terra. Così vicina che un impatto con il nostro pianeta

non è ipotesi fantascientifica.

Gli angeli potrebbero tagliare i fili che sostengono la

luna alta nel cielo; per capriccio del buon Dio, ma senza

malizia.

Reciderli, i fili; e la luna cadrebbe allora su di noi. Alcuni morirebbero. Altri no.

Rovescio la tazza di caffè bollente sul gatto. Lo faccio

per la luna: non la sopporto. E il micio, povero, non c’entra niente. Fugge dall’altra parte della cucina; si accoccola accanto al frigorifero. Il frigorifero che ronza, benché da

mesi non sia collegato. Ronza perché è quello che ha fatto

per anni, suppongo, e non è facile abbandonare in quattro

e quattr’otto le proprie abitudini.

Ma gli angeli – perché dovrebbero tagliare i fili della

luna?

I ragazzi fanno avanti e indietro con il motorino. Tra di

loro, ne sento la voce, colui che più di tutti ho amato nella

mia vita precedente. Lui puer bellissimo, io ansiosa e fragile. Lui che nel mezzo di piste affollatissime mi umiliava con

domande del tipo ti immagini che corpo avrei se fossi donna?

Sai che muscoli?

Lo sto ancora aspettando. Quando ci incontriamo io

sono trasparente come il pomeriggio; come i riflessi sugli

occhiali da sole dei bagnanti. E lui non mi vede.

Adesso sono io che qui, dalla mia finestra, non vedo lui.

Una rivincita a metà. Perché comunque lo sento.

È questa luna che acceca tutti, stasera. Acceca anche

loro, i ragazzi. Le grida arrivano fino a me; i rumori della

carrozzeria, la ferraglia che si accartoccia. Gli stridii delle

frenate.

Mi porto la mano al seno. Un giorno sarà di nuovo suo

– dei suoi genitori, dei suoi fratelli.

Sempre che gli angeli non taglino i fili della luna. Ma

sono fiduciosa. Dio non cova sentimenti di morte. Ci lascerà sani; intatti fino al duemila, Dio.

La luna non cadrà.





Dal libro L’ESTATE DEL MONDO


                            o

I ragazzi alla spiaggia di Focene

insieme incontro all’onda sonnolenta

che ritornando bagna loro il fianco

adolescente. È questa vita, lenta,


la sua illusione qui della durata

eterna. Quando ciò che resta è il bianco

della parete a fine di giornata,

il mese placido, tempo che viene,


i ragazzi alla spiaggia di Focene.

                                 




                            o


Eccoci finalmente all’ultimissima

riva del mondo; vi arriviamo nudi

via terra. Aspetteremo qui la fine

ora che niente abbiamo più alle spalle;

sarà la nostra vita come l’occhio

di un dio cieco – la vita come questo

mare che non sprofonda mai in abisso.


Soltanto c’è da definire i nomi

che nuovi diamo alle cose e ai viventi.

Perché di questo molto ci appartiene;

ci apparterrà per sempre. Dammi un nome –

fai sì che duri in questo e in altri eoni.

Un nome; io farò con te lo stesso.


Non costruiremo mai nessuna casa;

dormiremo tra impronta e impronta sulla

sabbia, lasciando che la pelle faccia

di sé insanabile ferita giorno

dopo giorno. E così via fino all’ultimo

ramo del tempo; fino al giorno in cui

concessa ci sarà un’assoluzione

 

definitiva da ogni corpo a corpo.


                      



                       o


Ti chiamerò a distanza di molti anni

e avrò da tempo smesso di sapere.


Dunque non parlerò; e non parlerai

nemmeno tu. Ma tornerà per tutti


e due la prima sabbia; illuderemo

l’età giovane che dorme nei nostri letti.


Condividiamo una identica estate;

diremo un corpo che non è stato mai.






                      o


È in questa vita un’altra vita nuova

e in questo corpo un altro corpo ancora.


Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora

a pelo d’acqua una bottiglia vuota.

È notte, ma la spiaggia è affollatissima;

così che mi è difficile ascoltarti.


Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero

dietro il canneto; porta

alla vecchia fabbrica di sapone.

La luce dei falò qui non arriva –

e nemmeno una voce.


Ho tredici anni. E della voce adesso

saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.


Ché in questa vita è un’altra vita nuova

e in ogni corpo un altro corpo ancora.       


                          




                       o                      

Seguii l’amica dietro la sua casa;

dove a sprofondo la valle arrivava

giù fino ai margini dell’autostrada;


ci inoltrammo nell’erba che più rada

ai piedi tutto il sogno disvelava:

l’amica mi indicò, chiuso da piccole


pietre arancioni, un altrettanto piccolo

mare. Mi disse: guarda la marea,

l’onda che sale.


E rimanemmo lì. “In contemplazione,”

scherzò l’amica. L’acqua alle caviglie.

Più lontano Corviale; il Serpentone. 



 


                      o


Ma non ho nulla, cielo, da mostrarti.


Ecco: sorprendimi giù a Fiumicino,

tra i Dioscuri e le case popolari;


fa’ ch’io raccolga l’ultima conchiglia

dell’estate, occhi chiari;


e la conservi agli anni in una tasca

così profonda da dimenticarmene.




 Dal libro BESTIARIO DEI GIORNI DI FESTA


                     

Il cane

Un cane con due zampe è sempre un cane.

Purché sempre ricerchi con la coda

la fissità delle cose lontane.


                       

Il riccio

Tra gli aculei del riccio c’è la piana

di Giosafat, la valle del Giudizio;

di vivi meta e di spiriti tana.


                        

Lo struzzo

Andando sempre avanti tutto il mondo

ci dimenticherà. Lo struzzo

preferisce così girare in tondo.

                        


Il camaleonte

Somiglia sempre a quello che non è.

A volte è un albero, a volte un’altra bestia –

di notte capita che sembri me.


                      

L’orso

L’orso, ritroso, smette di toccare

la compagna; si copre il muso e presto

dà al pubblico le spalle. Sogna il mare.



Gabriele Galloni poesia



Commenti

  1. Che delizia, Gabriele - delizioso e feroce, cioè franco.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie,un ragazzo vero,puro,semplice,altruista,buono.....

      Elimina
    2. Grazie dei primi vostri commenti scusate se non rispondo subito ma il sito è in fase di lavorazione, a breve sarà ultimato.
      Mamma Irma (mamma di Gabriele)

      Elimina

Posta un commento